Perché no immigranti?

È forse la paura più o meno consapevole che ci barrica nei nostri limiti domestici o nazionali?!

Forse un timore spesso non giustificato, istintivo, che urla dalla nostra infanzia popolata da uomini neri.

Paura dell’ignoto, del non conosciuto, irrazionale, non ragionevole.

Pertanto, preferiamo ascoltare chi condivide (o peggio ne approfitta) queste paure e ci descrive questo ignoto e sconosciuto come un criminale, un ladro.

Ma perché dunque non temiamo allo stesso modo chi deruba puntualmente dall’alto della scala sociale, come antichi e nuovi governanti o uomini (omuncoli) di partito al potere?

Per quale motivo non temiamo allo stesso modo chi lavora meno di noi e non paga le tasse come noi o quelli che addirittura la criminalità la portano in giro per il mondo (mafiosi e affini)?

Preferiamo ascoltare invece chi dice che il migrante ci ruba il lavoro: ma chi avete visto nei campi a raccogliere pomodori o angurie per meno di 3 euro l’ora?

I migranti versano 7 miliardi di Irpef e 11 miliardi di contributi previdenziali: di fatto pagano le pensioni di 640 mila italiani.

Riflettiamo; dopo la pancia, proviamo ad usare la testa e … l’animo.

Concludo con un testo ripreso da Doppiozero del 20 luglio 2019 apparso in occasione del cinquantesimo anniversario dello sbarco umano sulla luna, scritto da Antonella Antonia Paolini con parole e citazioni da G. Leopardi:

“Dilettissimi amici viventi, salgo verso la luna in questo anniversario per solennizzare i tre Colombo del cielo e con una missione simile a quella di Astolfo, una spedizione lunare, perché mi comincia a stomacare il superbo disprezzo che sulla terra ancora si professa di ogni bello, di ogni letteratura o sentimento, magnanimità, compassione, virtù, amore.

Già vi scrissi nell’estate del ’15 (intendo 2015) nella quale vi parlava di un sogno che m’angustiava:

Le genti per le città d’Europa dai loro letti nelle lor case in mezzo al silenzio della notte si risvegliavano e udivano con ispavento per le strade, pei mari, il pianto di altri uomini.

Tenendo per fermo che qualunque operazione dell’animo nostro ha sempre la sua certa e inevitabile origine nell’egoismo che mal diretto, male impiegato, è stato sempre la peste della società, vado a cercare sulla luna il senno perduto degli uomini che serve solo a dirigere, a orientare, non spregiando le illusioni e sapendo che siamo un nulla, un bruscolo nell’universo, l’egoismo cioè l’amor proprio. Come vi scriveva allora, amerei che in Italia e in Europa e nel mondo l’egoismo s’indirizzasse verso la compassione che pure nasce dall’egoismo ed è un piacere che ha bisogno di una delicatezza e mobilità di sentimento, di una raffinatezza e pieghevolezza di egoismo. La compassione non è propria se non degli animi colti e dei naturalmente delicati e sensibili, cioè fini e vivi.”