Tempo di Cura
Tempo Ultimo

Il tempo della cura – il tempo ultimo

 

Sono ormai due anni di convivenza con le conseguenze della pandemia da coronavirus ed emergono qua e là diversi spunti di suggerimenti / incoraggiamenti alla convivenza con questo virus, una forma da pandemica ad endemica, come influenza o malaria, per i Paesi meno fortunati.

Parimenti, emergono riflessioni sulla necessità di comportarsi meno da bestie e scegliere modus vivendi più degni di un essere vivente che rispetta il mondo che lo circonda e nutre.

Diversi sono ricorsi alla definizione di “tempo della cura” per il tempo che è giunto ora: quello di curarsi dell’altro, certo non solo uomini, non solo uomini del nostro stesso paesucolo, temendo chiunque bussi alla porta e non abbia un aspetto consueto. Occuparsi e curarsi del mondo che ci circonda, dell’Uomo che vive accanto e lontano da noi (una vocazione che Medici con l’Africa Como ha scoperto in terre africane e tenta, a volte disperatamente, di riprodurre in quel di Como, Varese, Olgiate, ecc.).

Antonio Scurati, dalle colonne del Corriere della Sera, ci invitava di recente a considerare l’Umanità come un organismo in perenne ed instabile equilibrio tra salute e malattia: un richiamo, assolutamente condivisibile, alla “cura”, piuttosto che “guarigione”, un richiamo quindi a qualcosa più pertinente all’Umano, con insita la perdita dell’indebito senso di onnipotenza. 

Il tempo della cura richiama alla mente anche un intervento / articolo di Gabriella Caramore (per anni curatrice del programma “Uomini e Profeti” di Radiotre), articolo di circa un anno fa - articolo cui rimando caldamente a chiunque abbia a cuore il destino di chi ci sta a fianco e non solo, una lettura non certo breve e meno ancora da affrontare sfuggevolmente, ma che può lasciare una traccia significativa nel proprio vissuto, sia esso di gioia, sia esso di dolore, sia di condivisione. Riassumo, trascrivendo, in poche parole: capire che non basta pensare la cura semplicemente come il gesto di riparazione di un singolo guasto, un farmaco che faccia scomparire un sintomo, ma piuttosto come un radicale orientamento di pensiero, l’esigenza di un modo diverso di stare al mondo (Gabriella Caramore).

rr

Qui trovate i link agli articoli citati:

Gabriella CARAMORE

https://www.doppiozero.com/materiali/il-tempo-ultimo

Antonio Scurati

https://www.corriere.it/cronache/22_gennaio_06/alla-conquista-una-nuova-normalita-ma-un-cambio-prospettiva-f9867790-6f2e-11ec-97e0-94289cfbf176.shtml