SIAMO NOI 

Siamo noi, siamo i Medici con l’Africa, quelli che negli anni e in contesti diversi hanno vissuto l’esperienza di varie epidemie: peste, colera, meningite, malaria, AIDS, tubercolosi, tifo, carbonchio, lebbra, morbillo, ebola. Solo per citarne alcune. 

Epidemie che si traducono in pazienti affetti da malattie, ovvero esseri umani in carne e ossa. Con il loro fardello di morte, preoccupazione, disperazione, speranza. 

Siamo noi, che abbiamo sperimentato esempi solari di dedizione al malato. Sia del personale sanitario africano, che di quello espatriato.  

Siamo noi, soggetti definiti spesso originali, stravaganti, semi eroi ma di altri mondi, pazzi o fanatici, santi o istrionici. 

Siamo noi, quelli dei racconti esotici, estremi, del sapersi arrangiare con poco. Nell’immaginario collettivo povertà, miseria, capanne, agricoltura. Pochissime risorse.  

Racconti ascoltati con in fondo l’idea che questi problemi non appartengano all’opulento nord del mondo, come se si trattasse di un’altra umanità. Da aiutare, sì, però in fondo in fondo di categoria un poco inferiore. 

E quindi al rientro fungiamo da promotori di risorse economiche, da raccontatori dell’esotico, o da provocatori, catalogati come personaggi naif che credono ancora nella giustizia sociale. Ma in fondo non ci si ascolta, perché una medicina così qui è impensabile. Antica, superata. 

Poi col tempo la storia ti impone il conto, il mondo si restringe. Arrivano i migranti. Ovunque. In tutti i continenti. Muri, sia fisici che culturali che sociali. Per quelli che ce l’hanno fatta, che si sono stabilizzati, relegati infine al ruolo di precari sociali. Spesso anche da parte di chi è preposto al loro aiuto. 

E col tempo il mondo si restringe ancor di più, le distanze si accorciano. Arrivano anche le malattie. Quelle vere, pericolose, mortali. Non la scabbia, ridicolo spauracchio di ignoranti agitatori di folle. 

E ci accorgiamo che quello che per anni avevano detto i medici rientrati dal sud del mondo, era vero. L’umanità è una. Di malattie infettive si muore. Quanta sofferenza oggi palpabile, quante persone morte e ammalate. Quanto piangere. Esattamente uguale alla sofferenza vissuta in Africa e in altre parti del mondo, tutti i giorni, da tanti essere umani, per anni. 

E quanti esempi, anche qui, di dedizione al malato. Ci si accorge che infermieri e medici, pur con i loro limiti, sono utili. Il fai da te sanitario non basta. Come non bastano gli ospedali, serve anche la medicina di comunità. 

Lungi da noi ogni presunzione o arroganza. Non siamo né santi né eroi. Siamo esseri umani e medici come tutti, che hanno avuto il privilegio di vivere esperienze significative in contesti disagiati, che oggi ci danno la forza di affrontare anche questa emergenza.  

Ma coltiviamo sempre la stessa speranza: che questa epidemia insegni che è tutto solo una questione di giustizia sociale. Che l’umanità è una. Che i valori fondamentali si contano, come le dita di una mano. Pace, giustizia, solidarietà, gratuità, condivisione. E che, sulla base di questi valori, si deve lavorare per costruire il futuro dell’umanità. 

Insieme, perché ormai il mondo si è ristretto, nessuno ha né la forza né le capacità di salvarsi da solo. Tanto meno i più poveri, che devono sempre sperare nell’aiuto e nella solidarietà dei più ricchi.  

Il resto, tutto il resto, è come neve che si scioglie al primo sole. 

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